Ars Combinatoria

Ars Combinatoria è una serie virtualmente infinita di piccoli lavori su carta, elaborati incollando e cucendo insieme carte acquerellate, frammenti di stoffa e fibre organiche, la cui sequenza non segue una progressione lineare, ma uno sviluppo "rizomatico", un'evoluzione anarchica; in altre parole costituisce una collezione di elaborati ognuno dei quali può fornire il modello per quello successivo, secondo un metodo di alea controllata che permette di iniziare anche nel mezzo: in un passo che amo dei Diari, Kafka scrive: «Le cose che mi vengono in mente non mi si presentano attraverso la loro radice, ma per un punto qualunque situato verso il loro mezzo...». Proprio così... (Queste carte sono poi state "ricomposte" in unità di quattro per questioni meramente pratiche e commerciali, per una questione di praticità espositiva, per così dire.)

Mi affascina l'idea di produrre in campo artistico un'opera che, nella sua genesi, assomigli ai processi naturali che danno vita alle colonie dei muschi, delle muffe, dei licheni, dei coralli, allo sviluppo dei rizomi e, infine, ai modelli di crescita dei cristalli, secondo un modello aperto, che esca fuori dai confini della cornice, per capirci. Questo progetto trae origine dal desiderio di verifica del concetto di "libertà" e della possibilità di una sua realizzazione, ovvero "se la libertà sia possibile". Convinta, come sono, che ogni istanza sia da giocarsi sul piano del linguaggio (qualsivoglia), anche la libertà, come ogni altro concetto, deve essere sperimentata e trovata mettendo alla prova il linguaggio stesso e la sua capacità, in questo caso, di offrire spazi di libertà. Perciò, la mia ricerca è prima di tutto lavoro sul linguaggio, nella convinzione che esista una affinità profonda tra gli elementi della composizione visuale (sia percettiva che espressiva) e le dinamiche e modalità di funzionamento della mente nonché degli "altri linguaggi" umani, fino alla retorica implicita nelle dinamiche sociali e politiche. Quelle che possiamo chiamare le coincidenze significative tra i modelli linguistici e logici e la realtà come comunemente intesa.

Ed è dall'analisi del significato della cornice, del suo valore (formale/compositivo, ma anche storico e politico) in campo artistico, che è partita questa mia ricerca. Nel mio lavoro ho trovato che la cornice non è in nessun modo fattore retorico neutro. La cornice, nei confronti dello sguardo dello spettatore, svolge non solo la funzione di segno che mostra, esibisce, indica (converge l'attenzione e lo sguardo dello spettatore sull'immagine contenuta all'interno dei suoi confini), ma costituisce uno strumento potentissimo di persuasione, l'elemento ordinatore di una retorica che produce una realtà più vera del vero. La prospettiva lineare a punto di fuga unico è basata sulla geometria euclidea, un principio ordinatore assai affascinante: ridurre il mondo ad un principio unitario.

Paradossalmente oggi (dopo la teoria dello spazio curvo di Einstein, dei quanti e delle stringhe) ci si può trovare a dover ripercorrere le strade già percorse tanti anni fa dalle avanguardie storiche nelle ricerche sull'astratto, giacché le immagini forti che dominano il paesaggio visivo contemporaneo hanno pur sempre come fondamento la cornice e un'organizzazione prospettica tradizionale. Strana è la storia, fatta di sovrapposizioni, resistenze e riflussi.
Comunque questo è stato, o ha dovuto essere, il mio percorso.

A questo punto mi interessava, perciò, la decostruzione della retorica visuale basata sulla cornice, detto banalmente. Per far questo era necessaria una messa ai minimi termini del linguaggio stesso, l'utilizzo, cioè di sintagmi minimi (metaforizzati in frammenti ed elementi visuali semplici come linee, macchie di colore, tessiture differenti) e la loro combinazione in modo parzialmente aleatorio. Un po' come ciò a cui allude Leonardo – ma rovesciando il processo –, quando scrive:

[...] Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie, de' muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, ne' quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, [...] perché nelle cose confuse l'ingegno si desta a nuove invenzioni. [...] come del suono delle campane, che ne' loro tocchi vi troverai ogni nome e vocabolo che tu t'immaginerai.

Ed è qui che entra in gioco Raimondo Lullo e la sua Ars Combinatoria – con i suoi influssi fino a Leibnitz e il suo alfabeto del pensiero umano – ipotesi in qualche modo ingenua, se non irrealizzabile, ma che offre una traccia per un lavoro di decostruzione retorica e una sua ricostruzione. Si tratta di ridurre o scomporre il linguaggio fino ai suoi elementi strutturali minimi per poi ricombinarli assieme nelle combinazioni possibili. Questa operazione scopre la natura retorica del linguaggio, la sua valenza metaforica: anche elementi assai semplici la possiedono.

Per tornare al problema "se la libertà sia possibile", mi sono trovata nella impossibilità logica di "disegnare la libertà", senza ricorrere ad una retorica emozionale. Disegniamo una traccia – metaforicamente il nostro percorso esistenziale: sarà sempre e comunque contenuta in uno spazio (testo e contesto che dir si voglia) che ne è cornice e limite. Ho imparato molto, disegnando.
Insomma il mio progetto iniziale, quello di stabilire "se la libertà sia possibile" è arrivato a questa conclusione: alla impossibilità dell'attuazione della libertà, se non quella circoscritta di poter scegliere tra la maggior quantità di combinazioni possibili in istanti di libertà relativa, di "libertà da", mai "libertà per".

Si chiede ad un artista di esprimersi in un linguaggio suo proprio.
Talvolta si sente la necessità, insieme a quella di esprimersi sui "grandi temi", di tracciare una sorta di diario: l'arte acquista in questo modo anche una sua valenza terapeutica per chi la produce. In questo mio progetto si tratta, quindi, anche di qualcosa di molto più umile e personale: il recupero di resti, scarti, residui e materiali già usati, cose da nulla, i fili che "ricuciono", ogni opera è per me un appunto – talvolta più intimo e denudato, altre volte più esterno e decorativo –, come la pagina di un diario. Il mio personale filo del pensiero.


Marina Faggioli, 27 novembre 2009