La semplice arte della combinazione

L'Unione Sarda, Martedì 29 dicembre 2009

Negli ultimi tempi il quartiere cagliaritano di Marina è andato distinguendosi come il più aperto alle arti visive: difatti è cresciuto via via il numero delle gallerie e dei piccoli spazi espositivi, tutti più o meno vicini, situati nella zona compresa fra via Napoli e via Barcellona o nelle immediate vicinanze.
Ultimo in ordine di tempo il locale di via Napoli, contiguo alla fabbrica di dolci sardi Durke, che i proprietari mettono a disposizione di giovani artisti emergenti affinché ne usufruiscano liberamente, in piena autonomia.
Attualmente vi è allestita la mostra “Ars combinatoria”, una personale di Marina Faggioli ancora visibile fino al prossimo due gennaio.
Marina Faggioli è cagliaritana di origine, ma da molti anni è lontana dalla sua città, avendo vissuto dapprima in Germania e risiedendo adesso a San Casciano, nei pressi di Firenze; a Cagliari si è laureata in Storia dell'arte contemporanea e al presente si dedica prevalentemente all'illustrazione e alla grafica.
La sua è una mostra affascinante (grazie anche all'intrigante allestimento realizzato dallo zio materno, l'architetto Massimo Vascellari): propone un congruo numero di piccole opere realizzate a tecnica mista.
Una tecnica mista complessa, che accosta una grande varietà di materiali - carte acquerellate incollate e cucite, grovigli di fili, frammenti di stoffa, foglie e fibre vegetali - assemblate in varie combinazioni secondo un criterio di parziale aleatorietà.
Le composizioni sono sistemate, per questa occasione espositiva, a quattro a quattro in semplicissime cornici modulari, senza alcun orpello. E tuttavia risultano molto accattivanti per le intrinseche qualità cromatiche, materiche e garbatamente iterative di ogni piccola composizione, che richiama in qualche modo le altre ma al tempo stesso se ne discosta.
Come scrive la stessa Marina Faggioli, “…mi affascina l'idea di produrre in campo artistico un'opera che, nella sua genesi, assomigli ai processi naturali che danno vita alle colonie dei muschi, delle muffe, dei licheni, dei coralli, allo sviluppo dei rizomi e alla crescita dei cristalli, secondo un modello aperto…”. Il tutto alla ricerca di un equilibrio, sia pure libero, ma rigorosamente agganciato e interno alle ricche possibilità combinatorie offerte dal linguaggio esplorato. Che si presenta scomposto e ricomposto nei suoi elementi strutturali minimi, al di là delle “cose da nulla” da cui prende forma e sostanza.
Si tratta di una mostra che offre un momento di fruizione molto particolare, interamente giocata nell'ambito delle valenze emozionali e metaforiche del linguaggio; tutto ciò con una coerenza e un rigore che esistono più nel procedimento del fare che nel momento in cui le opere si palesano.
Una fruizione tanto più salutare, nel momento in cui il disordine accumulativo e la scarsa consapevolezza linguistica invalsi nella pratica delle arti visive è massimo, e ingenera quell'insistente senso di confusione e talvolta di fastidio che oggi accomuna modi e vezzi di molti artisti.

Annamaria Janin